martedì 27 gennaio 2026

Uzb 15 - IL Registan

Registan - Samarcanda - Uzbekistan - ottobre 2025 - foto T. Sofi

 

La madrasa Sher-Dor
Il Registan, questa piazza monumentale che sta al centro della città di Samarcanda, non è sempre stata lo splendore costruttivo che possiamo ammirare oggi. Il nome stesso che significa Il luogo della sabbia, ricorda che si trattava semplicemente del punto centrale della città dove ci si radunava per conoscere le novità, un centro rumoroso e vivace dove si svolgevano i commerci e attorno al quale tutto il resto prendeva vita. Solo nel 1417 Ulug Beg, l'ultimo discendente dalla ormai esangue dinastia Timuride, ingentilitasi assai dopo le esagerazioni da conquistatore esagitato di Timur lo Zoppo ovvero Tamerlano, che era soprattutto uno studioso e coltissimo sostenitore delle scienze e delle arti, decise di erigere proprio qui una grande madrasa dove gli studenti del regno potessero avere i maestri migliori, facendo erigere di fronte, un grande Khanqah, la sede dove trovavano rifugio i  sufi, i saggi che arrivavano dalle varie parti del paese attratti da quello che ormai era diventato un importante centro culturale. La scuola assunse una grande importanza e fece della città una sede riconosciuta dove si aggregavano i sapienti, i poeti ed i letterati dell'Asia centrale e due secoli dopo, perdurando ed accrescendosi la situazione, il nuovo Emiro cominciò la costruzione dell'altra madrasa posta di fronte e nelle intenzioni speculare alla prima.

Portale d'ingresso
Dopo un'altra trentina d'anni fu infine eretta anche la terza madrasa, con ancora più dovizia di mezzi, dovendo se possibile rivaleggiare con le prime due per bellezza e ricchezza di materiali. Fu nel '700 che con la decadenza della città, tutto cadde in rovina e le scuole furono definitivamente abbandonate quando nella città, tagliata fuori dalla via dei commerci, mentre lo status di capitale passò a Bukhara, rimasero solo un migliaio di famiglie, mentre tra le rovine degli imponenti edifici dove avevano studiato i più famosi uomini di lettere dell'Asia centrale, pascolavano gli armenti e vi si aggiravano solo gli animali selvatici. Fu il vituperato regime sovietico invece che decretò il restauro del complesso, giudicandone importantissima la sua conservazione come monumento storico significativo sulla Via della Seta. Cosicché con un lavoro certosino di raccolta anche dei più minuti frammenti delle decorazioni che ancora erano rimaste tra le rovine, che si riuscì ad arrivare alla situazione attuale in cui gli edifici della grande piazza risplendono nel loro aspetto quasi identico all'originale del grandioso progetto degli inizi. Qui, lo scenario esterno di questo palcoscenico naturale, si può definire teatrale ed espone alla vista le tre facciate con le loro piastrelle, come fogli su cui sono stesi i disegni complicatissimi delle maioliche colorate, incorniciate dagli eleganti minareti laterali e dominate appena dietro dalla cupole blu che ne chiosano lo skyline definitivo.

Muqarnas
Ma è soprattutto all'interno che si è dispiegata la capacità artistica degli artigiani che hanno lavorato per decenni a completare questi capolavori assoluti. Non starò a raccontarvi la continua emozione che si prova passando da una sala all'altra, nel cercare di scoprire nel seguito dei decori, degli intrecci complessi delle linee, quasi viticci che si attorcigliano tra di loro, delle linee che si mescolano in incroci sempre più complicati, che poi non sono altro che i segni per noi misteriosi delle lettere dell'alfabeto arabo dentro i quali è nascosto il significato dei versetti del Profeta o la ripetizione infinita del nome di Allah. Certo rimani a bocca aperta davanti alle decorazioni in oro zecchino delle sale della madrasa Tilya-Kori, il cui nome significa appunto la Dorata, nella cui ornamentazione si dice siano stati impiegati oltre venti chili di oro, solo nei soffitti di quella che è diventata poi appunto la Moschea d'oro. Oppure nella pacifica bellezza dei suoi cortili sui quali si affacciano quelle che erano le celle degli studenti, che ancora adesso che sono invase da orde di turisti caciaroni, appaiono comunque come oasi di pace e di serenità, dove è facile immaginare gli studiosi di quel tempo che all'ombra benedetta di quegli alberi fronzuti, si facevano domande sui teoremi trigonometrici, sulla disposizione dei pianeti o semplicemente si recitavano versi delle loro poesie d'amore. 

prima della ricostruzione
Molto interessante comunque anche il museo con la documentazione fotografica del complesso prima del restauro e dei lavori che sono stati necessari a renderlo definitivo. Certamente davanti ai fregi della moschea d'oro non ci sono parole da spendere. Vorresti stare lì fino ad impadronirti completamente di tutti i disegni più nascosti, anche negli angoli più scuri e reconditi, dove quando arriva un piccolo raggio dalla porticina lontana, un bagliore spicca tra i fregi e illumina la cornice turchese dove si allineano le lettere bianche della parola del Profeta, in quella calligrafia geometrica che vuole trasmettere fede, ma che per noi è soprattutto arte. Il cortile interno della Madrasa Sher-dor invece, è vasto e arioso, le pareti interne hanno amplissimi archi con una decorazione fittissima e gli spazi sottostanti, sono un set fotografico ideale per portarsi a casa ricordi assolutamente iconici. Ci sono in giro intere troupe specializzate, con fotografi e attrezzisti per questa attività, evidentemente richiestissima in specie dai clienti orientali. In questo momento un signora dal taglio degli occhi decisamente mandorlato si esibisce in pose plastiche con un vestito splendido, con almeno una decina di metri di strascico che la forza dei ventilatori fa delicatamente svolazzare all'intorno, i cui colori richiamano tutte le variazioni di blu delle piastrelle del porticato. 

scatti

Un vero splendore. Io mi sono seduto sul muricciolo di una aiuola e mi godo estasiato lo spettacolo. Anche la signora se ne è accorta e continua a ruotare a favor di obiettivo, ma mi lancia occhiate assassine e quando faccio anche io qualche scatto, si esibisce sorridendo anche per me, mentre le amiche continuano ad aggiustarle i bordi del manto, come se fosse una sposa fremente ansiosa di andare verso l'altare. Non ci sono dubbi che in questo luogo varrebbe la pena di passarci tutta la giornata, ma ci torneremo stasera per lo spettacolo, certo deve essere molto scenografico il festival musicale che si svolge qui alla fine di agosto e lo consiglio evidentemente a chi ne avrà l'occasione. Ancora un'occhiata sulla piazza dove negli angoli si nascondono altre piccole gemme o curiosità, tuttavia sommerse dalla grandezza dei monumenti maggiori. C'è ad esempio la curiosa piccola tomba sulla sinistra della Sher.Dor, che sarebbe nientemeno quella del macellaio che durante i 33 anni di costruzione, avrebbe fornito il vitto gratuito a tutti i lavoratori e per questo si è guadagnato a buon diritto questa santa  sepoltura, almeno per quanto riguarda il posizionamento. Ad est della Tilya Kori poi, un piccolo mausoleo che contiene i resti degli Shaybanidi, la dinastia che succedette ai Timuridi, mentre subito dietro si può vedere l'antica cupola del mercato Chorsu, proprio quello preesistente sulla piazza, prima dell'erezione dell'intero complesso.  

Un minareto
Le tre facciate incombono attorno a te disputando tra loro, per decidere quale sia la più bella come le tre dee di fronte allo stralunato Paride. Certo la Ulug Beg, ha una sua perfezione formale inoppugnabile, con il suo decoro che vorresti definire meno complesso rispetto alle altre due e proprio per questo più affascinante, ma la Sher-Dor con quelle due figure di tigri-leoni che inseguono i daini bianchi portando sui dorsi il simbolo umanizzato del sole, una iconografia così inusuale nei fregi islamici, ma che sono addirittura diventati simbolici per l'Uzbekistan, non può che accalappiarti, mentre la Tilya .Kori, l'ultima nel tempo e forse proprio per questo quella più perfetta, quasi che l'architetto che la progettò volesse aver imparato a perfezionare ancora al meglio gli insegnamenti dei due predecessori, ti richiama a non distrarti, così che alla fine davvero è impossibile decidere ed alla fine lascerai inutilizzata la mela che questa volta non è riuscita a suscitare discordia. Dunque ci incamminiamo verso il grande parco per completare il quadro con le altrettanto straordinarie decorazione del mausoleo di Tamerlano, circondato come ho detto da un grandissimo giardino, che lo nasconde ed occulta nella sua parte più segreta quasi volesse nasconderlo alla vista delle folle e renderlo meta da ricercare per poterne alfine godere maggiormente. 

Il portale del mausoleo
Questo mausoleo ha una storia davvero curiosa. Infatti nacque come una piccola madrasa destinata all'istruzione dei figli dei nobili legati alla dinastia Timuride, costruita da Muhamad Sultan l'amatissimo nipote di Tamerlano stesso, che purtroppo morì nel 1403. L'inconsolabile Timur volle allora mutare la destinazione dell'edificio in mausoleo per seppellirlo, che fosse il più bello mai costruito, con attorno un magnifico giardino a cui si accede attraverso quello che forse è il più bel portale di ingresso mai visto nell'Asia centrale, con un arco di grande complessità progettuale dal cui vertice sembrano staccarsi cascate di muqarnas, l'elemento architettonico più caratteristico del disegno arabo-persiano che qui trova uno dei vertici assoluti del suo splendore. In uno dei bordi del portale, se cerchi con attenzione troverai anche la firma del famoso ideatore, l'architetto Muhamad ibn Mahmud Isfahani, evidentemente persiano, consegnatosi così alla gloria dei secoli futuri. Quando da questo portale maestoso quasi ti chini per entrare sotto l'arco trionfante e appare il mausoleo inquadrato dalla stretta ogiva, hai un colpo d'occhio davvero straniante. Capisci immediatamente come questo edificio, fosse fin dalla sua costruzione messo al centro delle icone di bellezza, tanto che influenzò molto dell'architettura successiva, fino a quella Mogul, tanto che pare fosse di ispirazione agli edifici famosi dell'Humayun di Delhi e poi di quello immortale del Taj Mahal di Agra. 

L'interno
Ma neppure Tamerlano riuscì a veder l'edificio terminato, essendo morto proprio solamente due anni dopo, nell'inverno del 1405, così il mausoleo fu terminato proprio da quell'altro nipote, l'Ulug beg a cui tanto di deve della straordinarietà di Samarcanda e così qui dentro finirono, per ironia della sorte,  le tombe di Tamerlano, che invece avrebbe voluto essere sepolto nelle sua città natale Shakhrisabz, in un altro splendido mausoleo di cui aveva cominciato l'erezione, i suoi due figli morti prematuramente ed i nipoti Ulug Beg incluso, assieme a quella del suo maestro spirituale Mir Said Baraka. Anche qui staresti ore ad ammirare i fregi d'oro, le pesanti muqarnas che scendono dagli angoli dei soffitti come cascate d'acqua, le infinite sfumature dei blu che vanno dai più teneri azzurri, ai più profondi toni del lapislazzulo e dalla serie infinita delle pietre dure incastonate nelle pareti da una schiera infinita di artigiani artisti. Un opera grandiosa che quasi mette in sottordine le tombe dei grandi qui contenute, tra le quali spicca la lapide in un unico pezzo di giada del nostro Tamerlano. In alto, dalla cupola occhieggiano una serie di rosette in rilievo a ricordare il cielo stellato sotto il quale dormono i grandi, un topo che rimane costante dalle tombe egizie alle nostre espressioni medioevali a partire da Giotto. 

Le tombe
E qui naturalmente, sotto questi soffitti fatti di oro, pietre preziose e storie antiche, sono come è naturale, fiorite le leggende, la più nota delle quali, riguarda la decisione nel 1941 di aprire la tomba di Timur per studiarne i resti. Ma proprio il giorno successivo a questa scopertura, che per moti fu considerata una vera e propria profanazione, il 22 giugno 1941, si scatenò da parte della Germania nazista, l'invasione della Russia, conosciuta col nome di Operazione Barbarossa, che fu vista proprio come una maledizione da lanciata da parte di Tamerlano e quando durante la fase più critica del conflitto, nel 1942 quando si decise di ricollocare i resti al loro posto con una solenne cerimonia riparatrice con rito islamico, avvenne la battaglia di Stalingrado, che fu l'inizio del rovesciamento delle sorti del conflitto, quasi che l'antico conquistatore avesse voluto ringraziare la Russia per avergli dato finalmente pace, salvandola dalla distruzione e decretando la fine della maledizione stessa. In realtà gli scienziati non cercavano affatto tesori leggendari sepolti nella tomba, che poi in effetti non c'erano proprio, ma volevano indagare la figura fisica del condottiero, che si rivelò vicina a quella raccontata, cioè era sul metro e 70, imponente per il tempo ed era zoppo come lo diceva la storia.

Fregi calligrafici in oro
Così fu possibile effettuare il calco del viso del condottiero che servì poi per ottenere le fattezze reali delle famose tre statue di bronzo erette in seguito. Naturalmente nell'interno della tomba non fu trovata traccia della famosa maledizione, che era frutto di semplice tradizione orale. Sia come sia, da qua fai fatica ad andartene, non prima di essere rimasti ancora una volta in estatica ammirazione della grande cupola esterna e delle sue 64 costolature, eretta su un alto tamburo percorso su tutta la circonferenza dalle scritte in stile cufico, il più elegante e decorativo della calligrafia araba, che la rendono una delle più complesse mai costruite nell'arte islamica, con il suo colore particolare che colpito dai raggi del sole cambia dal turchese vivo al blu scuro, a seconda dell'angolo di incidenza della luce. Gli architetti dell'epoca vedevano soprattutto il significato simbolico di queste grandi opere, così la cupola simboleggiava anche coi suoi colori, l'unione tra il cielo e l'ordine cosmico e la connessione tra terreno e divino, così come le tonalità di blu rappresentano il paradiso, la protezione divina e soprattutto l'acqua, che sarà sempre  considerata come il bene più prezioso per le genti condannate a vivere nelle terre aride. Ma è intanto che si chiacchiera è tutto il giorno che si cammina e a questo punto direi che si parla spesso anche a vanvera e quindi sarebbe ora di fare una piccola sosta premiata..

Il mausoleo di Tamerlano


L'interno del mausoleo
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sabato 24 gennaio 2026

Uzb 14 - Un nome evocatore, Samarcanda

Succo di melagrana - Uzbekistan - ottobre 2025 - Foto T.Sofi


Cotone maturo
Oggi la strada sembra interminabile, quasi trecento chilometri per percorrere l'interminabile corridoio fertile che collega Bukhara all'altra città iconica del paese: Samarcanda, un nome che da solo evoca racconti esotici e veli orientali che ondeggiano nel vento. Quante storie, quante leggende e canzoni attorno a questo nome, che ha sempre rappresentato per l'immaginario collettivo una città quasi magica, perduta ed irraggiungibile, oltre i deserti e le montagne, dove ti aspettano avventurieri, mercanti e figure misteriose che si aggirano nei punti più oscuri dei vicoli e degli edifici diroccati, in attesa di ghermirti, solo stupite perché tu sia riuscito ad arrivare fino a lì, per consegnarti sfinito a loro, così lontano nel tempo e nello spazio. La strada è perfettamente diritta e la piana si estende senza fine tra colture ordinate. Pergole d'uva, frutteti, mais e soprattutto cotone, l'oro bianco del paese che nel bene e nel male è uno dei principali sostegni all'economia, scorrono ai nostri lati lungo la strada. Come avevamo chiesto al nostro autista, ci fermiamo vicino ad un campo immenso, di sicuro almeno qualche decina di ettari, di questa straordinaria fibra vegetale che costituiva almeno prima dell'avvento della plastica, oltre la metà del materiale che vestiva il mondo, per fare qualche foto da vicino ai bianchi batuffoli che oramai sono esplosi dal loro involucro e sono quasi pronti per la raccolta. 

Spremitura
Ne stacchiamo due o tre per portarne con noi l'esotico ricordo, quando da un casale vicino esce una vecchia che comincia a berciare infuriata verso di noi e quantomeno, come si capisce dal tono, ce ne sta dicendo di tutti colori. In effetti è dalla parte della ragione perché in termini reali stiamo rubando nella sua proprietà, il suo prodotto. Cerchiamo di scusarci, mostrando che la quantità di cui il suo raccolto è stato depauperato non dovrebbe costituire una perdita determinante per le sue entrate, che per noi è un semplice ricordo del suo paese da portare con noi in Italia, ma non c'è niente da fare, le contumelie prendono ancora maggior vigore e nonostante la mediazione giustificatrice di Eldor, che è subito venuto in nostro aiuto, dobbiamo battere in ritirata strategica, lasciando sul campo il bottino per intero, restituendo insomma completamente il maltolto. Va bene la prossima volta cercheremo di essere più attenti, cercando di chiedere il permesso prima di procedere alla razzia, cosa che avverrà in effetti, in piena legalità autorizzata, dopo pochi chilometri. In fondo siamo su quella che possiamo definire a tutti gli effetti una autostrada e quindi, dopo un altro infinito numero di campi di cotone, non mancano le aree di sosta e gli autogrill. In quello che scegliamo, non manca nulla e le insegne parlano chiaro, con le parole ormai diventata comuni in tutto il mondo.

Pane
Espresso, Cappuccino, Americano, Latte machiato (sic), anche i barattoli di caffè sono di un marchio italiano Corazza o Carezza mi sembra; l'unica particolarità che tutto è scritto in cirillico. E allora ancora un bel bicchierone di succo di melagrana spremuta al momento e via fino a raggiungere la nostra meta finale, a metà della giornata. Beh la città odierna è decisamente grande, con i suoi oltre 600.000 abitanti, ma la parte storica è racchiusa in un centro che si può quasi completamente percorrere tutto a piedi. Logisticamente siamo ben messi perché il nostro albergo è proprio vicino al mausoleo di Tamerlano, che ne aveva fatto la capitale del suo regno. Tuttavia la posizione della città era tale che da sempre, era stata una delle tappe fondamentali della via della seta, tanto che lo stesso Marco Polo ne fa riferimento dicendo:

Samarcan è una nobile cittade e sonvi cristiani e saracini (cap. 52)

e qui si sofferma a descrivere i contrasti tra che c'erano stati tra di loro, riportando leggende miracolose, su cui a mio parere, confonde un po', raccontando di una contesa riguardante una pietra presa ai maomettani su cui fu elevata una colonna portante della chiesa di S. Giovanni, poi voluta in restituzione, cosa stabilita giuridicamente dal Gran Khan in persona, ma pare che miracolosamente la colonna si sollevò dal suolo di ben quattro palmi per consentire la rimozione della pietra stessa senza dover abbattere la chiesa. Il miracolo inoppugnabile convinse i Saracini a rinunciare. Ora questo fatto mi sembra assolutamente sovrapponibile a quanto si racconta per la chiesa del Pilastro salvifico (Svetis Tskhoveli) a Mtskheta in Georgia, dove si racconta la stessa storia e si venera la stessa colonna che si sollevò dal suolo anche qui di ben quattro palmi, quindi vorrei timidamente avanzare il dubbio che o la leggenda girava un po' dappertutto in terra turchesca, addirittura per comune voce sia cristiana che islamica oppure il nostro Marco deve avere fatto un po' di confusione, mischiando i luoghi ed i miti. Tuttavia dobbiamo dire che il fatto raccontato, pone l'accento su come i contrasti tra islam e cristianesimo fossero allora piuttosto presenti qui come del resto nel Caucaso. 

Madrasa Sher Dor
Intanto puntualizzo che siamo arrivati in città giusto in tempo per mangiare qualche cosa e, visto che percorriamo proprio il lungo boulevard che dalla statua di Timur che funge anche da rotonda spartitraffico, porta fino alla piazza del Registan, si decide che proprio da qui comincerà il nostro approccio alla città, visto che questa ne è di certo l'attrazione principale, se non addirittura un punto focale per tutto il paese. Delle statue di Timur lo zoppo mi sembra avervi già parlato, visto che questa è la figura che più di ogni altra rappresenta il paese e che lo ha guidato fondando il breve impero timuride durato neppure un secolo, essendo nato verso la metà del XIV e finito nel XV. Va da sé che lui rimane il punto di riferimento dell'Uzbekistan anche moderno per cui nel paese sono state erette ben tre statue gigantesche a sua memoria. Questa, che lo ritrae maestosamente seduto sul trono, è nella città che ha visto il suo trionfo e lo splendore del suo regno, mentre quella parimenti enorme che è stata eretta a Shaharisabz, sua città natale lo raffigura in piedi, mentre infine quella di Tashkent, è un  monumento equestre. Le fattezze del viso sono simili tra di loro, segno che nell'intenzione degli artisti, vorrebbero avvicinarsi il più possibile a quelle originali, mentre è curioso che sul web non si riesca a rintracciare un dato preciso che riguardi la loro pur considerevole altezza. 

Ma in fondo questo è un dato di poca importanza, mentre le dimensioni notevoli vogliono certamente sottolineare l'orgoglio nazionale per questo condottiero che se pur non si possano considerare positivi la sua tremenda crudeltà di conquistatore sanguinario ed implacabile (è nota ad esempio la sua passione per erigere nelle piazze delle città conquistate, piramidi altissime fatte con le teste mozzate degli abitanti), rimane tuttavia il personaggio più rilevante della storia uzbeka. Certamente bisognerà contestualizzare, in quelle epoche non si andava certo tanto per il sottile contro chi si opponeva al tuo esercito in caso di vittoria e pensiamo a Gengis Khan e a quello che si racconta della sua ferocia (che il nostro Timur ammirava al punto da volersi costruire una sua ipotetica discendenza dall'imperatore mongolo), ma possiamo anche pensare che nel tempo la storia scritta dai successori e giustamente denigratori, abbia voluto caricare il più possibile le vicende, accentuando i tratti di ferocia più vergognosa, anche al di là del reale. Certamente è curioso che l'altra grande città storica uzbeka, Khiva, non abbia voluto erigere alcuna statua a Timur, forse perché era stata appunto una delle città che essendosi opposta alla conquista un po' troppo baldanzosamente, aveva dovuto sottostare appunto alla punizione delle piramidi! 

Portale
Si sa che la demonizzazione di quello che comunque era un nemico soppiantato da dinastie successive, fa gioco ai magnanimi successori. Ma tracceremo magari più avanti, quando passeremo dalla sua città di nascita, un ritratto più completo di questo personaggio. Noi intanto, dopo aver calmato i più impellenti morsi della fame, lungo il boulevard ci sono tutta una serie di locali e ristoranti estremamente invitanti per tutte le borse, proseguiamo fino alla famosa piazza.  Di certo il complesso è ancora più bello e sicuramente più ordinato di come me lo ricordavo in occasione di quella vecchia visita di cui vi ho fatto menzione, grazie anche al fatto che sull'intera zona è stato eseguito un restauro conservativo, che ha perfettamente lastricato l'intera piazza antistante, con la creazione di una grande balconata dalla quale hai una magnifica vista degli edifici quasi dall'alto, che permettono quindi un colpo d'occhio di assoluto spessore. Davanti a te si dispiega la bellissima madrasa centrale dietro la quale spicca l'imponente cupola blu, mentre ai suo fianchi le altre due madrase, formano quasi due quinte di una scena teatrale creata ad hoc per grandi spettacoli di massa, cosa che in effetti avviene durante alcune festival nazionali. Gli edifici sono molto belli e rappresentano un poco il culmine dell'espressione architettonica del XV secolo in questa terra, con le loro proporzioni eleganti che l'alternanza degli archi e delle rientranze, alleggeriscono e rendendo tutto lo scenario estremamente elegante. In particolare il frontone della Tylia Kori (la Dorata) che svolgeva anche la funzione di moschea principale, attira subito l'attenzione per la raffinatezza delle decorazioni coi le purissime sfumature di azzurro che ne mettono in rilievo il disegno sottostante o i versetti che ne incorniciano il portale. 

Le due laterali, cominciano con la Ulug Beg a sinistra che prende il nome dal nipote di Timur, uomo di grande cultura e scienziato, oltre che regnante, che qui insegnò e di cui rimane anche un imponente osservatorio astronomico, dove studiarono i più grandi nomi del XV secolo uzbeko, tra cui il grande poeta Abdul Jami di cui vi ricordo una quartina, a testimonianza di quelli che erano i poemi d'amore dell'epoca.

Quando Zhulaika vide Jussuf

il suo corpo divenne un campo in fiamme.

Non era bellezza di carne quella

ma un riflesso del volto dell'Eterno.

A testimonianza di un Islam che non aveva certo timore di raccontare l'amore terreno. A destra invece la madrasa Sher. Dor, completata nel XVII secolo che sulla facciata riporta le figure di due grandi tigri e due volti umani, che curiosamente quindi contravvengono i precetti islamici che proibirebbero la raffigurazione degli esseri viventi negli edifici religiosi. E adesso dopo aver goduto per un bel po' del colpo d'occhio complessivo, direi che bisogna andare a pagare il biglietto, per entrare in questi straordinari palazzi ed apprezzarne da vicino le meraviglie.  

Il Registan

SURVIVAL KIT

Da vedere a Samarcanda. Se rimanete in città un paio di giorni direi che avrete tutto il tempo per vedere tutti i monumenti principali. 1 - La piazza del Registan con le 3 madrase, dove alla sera si svolge un bello spettacolo di suoni e luci gratuito (ore 21). 2 - Il Mausoleo di Tamerlano (Gur Emir) circondato da un grande parco con una delle tre statue del re su un angolo, quella seduto in trono. 3 - La Moschea Bibi- Khanym, la più grande del mondo all'epoca della sua costruzione nel XV secolo. 4 - Il grande bazar Siab, vicino alla moschea. 5 - Shakhi Zinda , una spettacolare serie di tombe costruite tra l'XI e il XV secolo di maiolica blu. 6 - L'osservatorio di Ulug beg, su una collina un po' fuori dal centro. 7 - la Tomba di S. Daniele venerato anche dagli islamici. 8 - La cartiera di Meros in un grande parco situato in periferia. Se avrete tempo sembra che ci sia fuori città, una interessante cantina di produttori di vino che risale al XIX secolo con annesso museo e relativa degustazione, a cui ritengo sarebbe interessante dare un'occhiata.

Hotel Malika Prime - 1/4 University Boul. Samarcanda . 3 stelle. Al bordo del giardino a metà tra la statua di Tamerlano e il suo Mausoleo. Si può arrivare facilmente al Registan a piedi. Bella struttura a forma di casa tradizionale, ben ristrutturata. Camere ampie, Frigo, phon, TV, AC, letto king. Ottimo bagno ben fornito. Free wifi. Colazione inclusa. Personale molto gentile. Consigliato. La doppia da 40 a 70 € a seconda del periodo e delle offerte.


venerdì 23 gennaio 2026

Uzb 13 - Un ultimo sguardo a Bukhara

Il Registan di Bukhara - Uzbekistan - ottobre 2025 - foto T.Sofi

 

Kalyan
Eccoci qua, siamo di nuovo sulla grande piazza del Registan, per goderci, questa volta di giorno quelli che dovrebbero essere gli edifici più spettacolari della città. Ma, complice il fatto che la grande moschea Kalyan è chiusa e la madrasa più grande è parimenti in fase di restauro, resta assai poco oltre alla visione delle cupole blu notte che incombono sulla grande piazza ed il senso di delusione influisce sul morale, così anche lo spettacolare minareto Kalyan di cui vi ho già raccontato le meraviglie notturne, lascia un senso diminuito, pur nella sua imponenza fallica che lo fanno apparire come la costruzione più totalizzante di questo grande spazio pubblico. Certo è un opera davvero unica e mirabile, oltre che talmente imponente da dominare tutta la piazza, ma non ci sono dubbi che di notte sia un'altra cosa, perché l'illuminazione portentosa a cui è soggetto durante quelle ore in cui la luna fa capolino dietro di lui, riesce a scolpire la sua superficie, mettendo in rilievo il gioco straordinario che le sporgenze del mattone vivo è capace di disegnare facendoti rimanere a bocca aperta. Di giorno invece, colpito dalla uniforme luce del sole, tutta la superficie rimane per così dire, appiattita e la tessitura geometrica fantasiosa e perfetta si fa notare di meno e non riesce ad accalappiare la tua attenzione in maniera così prorompente come sotto la gialla luce artificiale della sera. 

La moschea
Bisogna andare vicino, toccare con le mani la parete che si erge verticale verso l'alto per sentirne la materica consistenza e allora sì che avverti sotto le tue dita le scanalature, le rosette distanziatrici, le cinte di laterizio che lo avvolgono e ne raccontano l'unicità. Dietro la sua ombra tutto appare piccolo e l'uomo rimane come schiacciato nella sua minima dimensione terrena di fronte al sovrannaturale. Questo è quanto avverti potente sotto questo gigante. La piazza rimane comunque uno di quegli spazi perfetti scanditi dalla dimensione degli edifici che la circondano, come quelle illustrazioni di città ideali che starebbero perfettamente all'interno di quadri metafisici o nelle campiture delle nostre piazze rinascimentali, da Pienza in poi. Non rimane allora che ripercorrere le strade del centro storico, fermandosi per un buon plof in uno dei locali più belli ed affollati, e che altro mangiare a Bukhara se non il piatto principe dell'Asia centrale, con quel suo misto di dolce salato, pieno di sentori di frutta secca, uvetta, verdure e della consistenza dei bocconcini di carne di montone, stranamente teneri e gustosi, ma che hanno perduto quel caratteristico sapore ircino e selvatico, non so grazie a quale trattamento, rendendotelo più amico e che te ne trasmettono solamente la tenerezza gustosa ma non aggressiva. 

La cupola
Ne mangio a sazietà, prima di rimettermi in marcia fino ad arrivare ancora davanti alla piscina del Lyabi hauz, che anch'essa ha di giorno, un aspetto più antico, meno modaiolo di quando le luci di tutti i locali ed i ristoranti che la circondano sono in piena attività notturna. Così puoi guardare con più calma la facciata delle due grandi madrase che si affacciano sul laghetto. A dire il vero una di queste era stata progettata come caravanserraglio, d'altra parte questa era una città di passaggio per le carovane e su questa piazza si apriva il bazar del tè. In un angolo della piazza c'è una statua in bronzo, moderna, che raffigura un personaggio leggendario del folklore della città, il vecchio bizzarro e saggio Nasreddin, sempre sorridente perché amava prendere in giro i suoi concittadini che lo interpellavano spesso a sproposito. Si dice che andasse in  giro spesso cavalcando il suo asino al contrario e a chi gliene chiedeva la ragione, rispondeva che erano loro ad andare nella direzione sbagliata, ma nella realtà si dice che lo facesse perché amava soprattutto vedere in faccia le persone mentre parlava con loro, perché comunque il dialogo era più importante della direzione del viaggio. E anche qui vi rimarco l'importanza che queste culture in fondo nomadi, attribuivano al concetto di viaggio in sé. 

Nasreddin
Rimane comunque un personaggio popolare ironico, beffardo e pronto alla battuta, ricordato in tanti aneddoti anche fuori dell'Uzbekistan. Intanto ci inoltriamo poi in una zona un poco fuori dal centro storico per arrivare ad un altro dei monumenti iconici della città, la Madrasa Chor Minor, ovvero quella dei quattro minareti, come dice il nome. E' una struttura molto più recente, costruita all'inizio del 1800 dal Califfo Niyazkul, col fine di propagare una comprensione tra i princìpi delle diverse religioni. Infatti, il carattere distintivo di questo splendido edificio e che lo rende immediatamente riconoscibile, sono i quattro minareti un po' tozzi e grassocci, apparentemente sproporzionati rispetto al piccolo corpo centrale che racchiudono, ma di sorprendente bellezza. Sono sormontati infatti, da quattro spettacolari cupole di maiolica azzurra, nelle cui ampie bordure tutte diverse tra di loro, si possono leggere elementi decorativi che riflettono la comprensione storico-filosofica delle quattro principali religioni del mondo. E' facile vedere infatti nella geometria dei disegni, croci e pesci cristiani, ruote del Dharma buddhiste, stelle ebraiche, a ulteriore testimonianza se ancora ce ne fosse bisogno, di quale fosse l'apertura mentale di questo credo disponeva, anche nel passato recente. 

Madrasa Chor Minor
Appare evidente che l'incattivimento avvenuto tra credi in fondo fratelli, in quanto provenienti dallo stesso ceppo, sia più che mai recente e irruviditosi vieppiù, con la rovinosa caduta degli imperi nell'800 e la crescita prepotente e totalizzante dei vari nazionalismi regionali che vi si sono succeduti e che hanno rinfocolato odi etnici che sembravano sopiti per sempre e che invece covavano sotto la cenere come tutte le male erbe che albergano nelle parti più oscure dell'animo umano. A noi non resta oggi, che godere della bellezza di questo edificio che con la perfezione della sua struttura esterna colpisce, soprattutto se stai per un po' seduto sul muricciolo antistante a cercare di leggerne i complessi disegni che ornano le parti inferiori alle quattro spettacolari cupole turchesi che incombono sulla piazzetta. Poi se ne hai voglia non rimane che dare un'occhiata al grande spazio retrostante che presenta una collezione sterminata di memorabilia sovietiche, che riportano per gli amatori una collezione di oggettistica che non vidi neppure a Mosca, tra foto d'epoca, militaria di ogni tipo, materiali fotografici e spillette commemorative e anche materiale declinato in salsa uzbeka come tappeti che raffigurano Lenin o l'indimenticato Baffone. Insomma per gli amatori c'è da perdersi. Certo che oggi abbiamo camminato parecchio e quando viene l'ora della cena, ci infiliamo in una Chayxona, che poi dovrebbe essere solo una sala da tè, ma che poi è un ristorante a tutti gli effetti che serve succosissimi e profumati shashlik, gli spiedini della tradizione più classica, preceduti da una profumata zuppa di lenticchie che più gialla non si può. 

Per i non vegetariani sempre una esperienza mistica, diciamo così. A questo punto sarebbe giusto il caso di andare a dormire, ma ragazzi, qui è molto probabile che non ci tornerai mai più, come resistere allora al fare un ultimo giro sotto le volte antiche dei bazar, entrando, adesso che le ombre della notte hanno diradato la fauna chiassosa del turistame vario e becero, come se noi appartenessimo ad una fauna diversa e più nobile, nei cortili ormai deserti, che espongono però ancora alla nostra vista, collezioni di opere di arte, nelle viuzze solitarie dai muri ricoperti di tappeti o di delicate miniature, fino ad arrivare ancora e per l'ultima volta a quel minareto mirabile per farlo rimanere se possibile indimenticato e definitivamente impresso nella mente, una delle visioni iconiche di questo viaggio. E infine ritornare passo passo verso l'albergo non senza aver salutato anche qui per l'ultima volta il vecchietto che sorride dalla groppa del suo asino. Sembra ricordare di quella volta che servi agli amici invitato a cena una zuppa di sola acqua calda ed alle rimostranze dei suoi ospiti che gli rimproveravano di aver portato in tavola una minestra un po' "leggera", lui la definì la sua migliore zuppa d'anatra. Ma il più ardito dei compari ribatté che in quella zuppa dell'anatra non ci fosse neppure l'ombra, rispose: - Ti sbagli perché l'anatra è passata davanti alla pentola! -. 

La madrasa sulla piazza
Certo il nostro Nasreddin aveva uno humor piuttosto surreale, che forse piacerebbe molto al nostro Frassica, come quando, rientrando ubriaco, cercava sotto un lampione la chiave di casa persa ed al passante che gli chiedeva dove l'avesse smarrita ribadiva: - Dall'altra parte della strada - - Ma allora perché la cerchi qui - - Ma stupido, perché qui c'è più luce!-. Ma il nostro burlone è soprattutto un filosofo e a chi cercava di insultarlo dicendogli: - Caro mio, tu non sei proprio nessuno-, rispondeva :  - E' vero, ma se tu ti prendi il disturbo di parlarmi, allora per te sono qualcuno - ribadendo il fatto che il valore nasce non dall'ego ma dalla relazione umana. Giullare, ma pensatore come quando alla figlia che gli chiedeva chi dovesse sposare, consigliò un uomo che la facesse ridere e alla sua richiesta di spiegazione perché non fosse meglio un uomo ricco e potente, rispose: - Se ti fa ridere sarai già ricca, se ti fa  sentire importante sarai già una regina - Ma forse il più tenero dei suoi aneddoti è quello che racconta il colloquio che ebbe con la sua adorata figlia prima di morire. La ragazza in lacrime gli diceva: - Papà come farà senza di te?- Lui le prese la mano e le rispose: - Quando non mii troverai più fuori, cercami dentro. Dentro le domande che ti porrai. Dentro i dubbi. Dentro le risate che ti farai anche nei giorni tristi e se un giorno non saprai che strada prendere, scegli quella che ti rende più umana, lì ci sarò anch'io. Finché farai quello che è giusto e vero, io sarà con te. Insomma avete capito come il nostro simpatico Nasreddin rappresenta bene la mentalità di questo popolo nascosto nelle steppe dell'Asia.


La piazza Lyabi Hauz



giovedì 22 gennaio 2026

Uzb 12 - Artigiani ed artisti

La cupola del mausoleo Samanide - Bukhara - Uzbekistan - ottobre 2025 - foto T Sofi

 

Strumenti pe la pipi dei neonati
E avanti ancora per cercare di scoprire una alla volta, tutte le meraviglie che questa città propone, solo passeggiando, tra piazze e giardini. Ecco, proprio il giardino, è una delle espressioni più amate dell'architettura di paesaggio in queste regioni dell'Asia centrale, che ritroviamo continuamente riproposta in tutta questa collana di perle che si susseguono in questa via della seta che percorre i deserti. Li ritroveremo infatti riproposti, anche se con altri aspetti peculiari di culture diverse, anche in  tutta la Cina del Nord, fino a Xi'an, il capolinea di questo cammino. E di certo non bisogna stupirsene. Come potevano non apprezzare sopra ogni altra cosa, questi popoli abitatori di terre desolate, fatte solo di sabbie, di valli desuete, di steppe incolte ed improduttive, buone solo per avari pascoli, il circondarsi di spazi ricchi di vegetazione, di piante, di fiori e soprattutto di acque gorgoglianti, che rappresentano la vita stessa e il desiderio più vivo di chi campa nella sua ristrettezza. Questo è un punto assolutamente comune che ritroverete costantemente in ogni insediamento dai Turcomanni ai Farsi, fino a seguire la lunga strada della conquista araba dell'Occidente che porta ai meravigliosi spazi dell'Andalusia. Un fil rouge che ti conduce per mano dai giardini di camelie, punteggiati di laghetti a Xi'an, fino alle cannelle gorgoglianti della fontana dei leoni dell'Alhambra di Granada. 

il laghetto della moschea dei 40 pilastri
Il solo suono argentino dell'acqua che scende e scorre rinfrescando l'ambiente nelle torride estati, è tante volte raccontata come l'aspetto sognato dell'Eden per ogni uomo dei deserti che ascolta le fiabe delle Mille e una notte, che forse nascono proprio dalla fantasia e dall'estro dei grandi poeti delle sabbie. Così eccoci anche qui ad attraversare larghi spazi, d'accordo, in queste terre sicuramente è cosa che non manca, ma è spazio il più possibile scandito da grandi piazze e da giardini dove è piacevole sostare all'ombra e a godere della frescura di fontane e piccoli specchi di acqua. Tra questi sorgono quei piccoli gioielli artistici a cui facevo rifermento prima. Qui ad esempio nel cuore della città. ecco un'altra moschea di grande bellezza, la Magoki Attori, frutto di costruzioni successive e rimaneggiamenti su una struttura molto antica, che fa risalire la costruzione primigenia addirittura ad un tempio zoroastriano di adoratori del fuoco, l'antichissima religione che si sviluppò proprio su questo asse, secoli prima di Cristo, per diffondersi fino all'India. Quello che si vede attualmente, riportata alla luce da scavi recenti negli anni trenta del secolo scorso, visto che la costruzione era stata quasi seppellita dal crescere del livello delle costruzioni circostanti, è il rifacimento del XII secolo, compiuto appunto dai Samanidi (quelli del mausoleo) su un precedente impianto più antico di un edificio a sei pilastri già dotato di cupola. 

Facciata della moschea
Come abbiamo già potuto apprezzare nella visita al suddetto mausoleo, la superficie decorata dell'edifico è di straordinaria bellezza e plasticità, costituita da un intreccio mirabile, ottenuto solamente dal posizionamento dei mattoni smaltati che formano una serie di espressioni geometriche davvero fantastiche, circondati in alcuni punti da un portale asimmetrico da piastrelle di terracotta intagliata a decori vegetali su cui ancora  indovini le tracce visibili degli smalti blu che arricchivano di colore, l'attuale semplicità dell'ocra, che la rende ancora più affascinante. Credo che sia un po' lo stesso effetto di bellezza apollinea che ci danno oggi le statue ed i templi della nostra classicità, col candore assoluto dei loro marmi, a confronto del colorismo di cui erano probabilmente ricoperti all'epoca della loro fattura. La costruzione tutta, oggi trasformata in museo del tappeto, ti esprime una visione bellissima davanti alla quale puoi rimanere a lungo per ammirarne la continua diversità dei decori, la complessità degli intrecci, la perfezione del disegno finale che contribuisce poi a configurare un unico insieme omogeneo come un quadro di cui puoi godere la sua assoluta armonia, dimenticandone la complessità che la costituisce. Insomma davvero un bell'effetto che si riproduce ancora nelle altre facciate laterali, sino a che fai fatica a lasciarla andare, mentre percorri  la spianata che ti conduce fuori da questo spazio verso altre bellezze. 

Il portale
Ma Bukhara è un nome noto anche a chi non la associa al suo essere città carovaniera, infatti per i più il nome è associato al disegno di una delle più conosciute tipologie di tappeti orientali annodati a mano. Per la verità bisognerebbe puntualizzare che il disegno detto appunto Bukhara, dalle tonalità calde che spaziano tutte le tonalità del rosso, ma non solo, dal cremisi al mattone, che sono facilmente identificabili per la campitura regolare dello spazio centrale in ordinate file di ottagoni, detti gul, che rappresentano corolle di fiori aperti, non venivano per tradizione annodati qui, ma nel vicino Turkmenistan, in case private e poi dagli anni trenta del secolo scorso in grandi fabbriche statali con migliaia di operaie, io ne visitai una in occasione di un mio viaggio lavorativo proprio ad Ashgabat e poi qui a Bukhara venduti, essendo questo il vero centro commerciale dell'Asia, ma qui oggi si trovano anche altre provenienze di vari disegni, dai persiani, ai turchi, visto anche l'afflusso di turisti che continua ad aumentare. Beh, devo confessarvi che io ho una grandissima passione per i tappeti che mi appaiono come una forma di artigianato che va al di là del puro e semplice lavoro, pur di raffinata precisione, ma che, a mio parere sconfina decisamente nell'ambito artistico. Come non rimanere abbagliati dalla composizione complessa e estremamente decorativa, della superficie colorata di uno di questi manufatti che racchiude in sé settimane se non mesi di lavoro. 

Laboratorio di tappeti
Della perfezione del disegno e la delicatezza dei materiali, che scorrono sotto la tua mano quando li accarezzi, fino alla completezza abitativa che danno ad un ambiente quando li stendi su un pavimento. Ne sono completamente affascinato, così come dall'assistere, in qualche laboratorio al lavoro di annodatura. Osservare la velocità e la perizia delle dita di chi annoda le lane colorate, attorno ai fili dell'ordito, apparentemente con casualità, mentre sotto a poco a poco cresce il disegno, ottenuto copiando i cartoni antichi o dettato dal maestro che legge i libri mastri (la voce di fondo, dei laboratori indiani e pakistani, che scandisce: uno blu, uno rosso, due blu, tre verdi...) con una cantilena sempre uguale che segna i tempi di un lavoro di certo massacrante, è una visione ipnotica e spiazzante. Guardare il risultato di tanta fatica ammonticchiato in pile ordinate davanti a te, scorrerli uno dopo l'altro godendone le tinte diverse, ripercorrendo i disegni e le volute, geometriche del centro Asia più consone alle aree dove si è sviluppato l'Islam Sunnita, con la sua idiosincrasia più severa verso le figure naturalistiche, a volute floreali degli ambiti più vicini alle aree Sciite, più lasche verso questo aspetto, non ha davvero prezzo come dice la pubblicità, intanto puoi guardarteli, goderteli e poi andare per la tua strada con la scusa che sono troppo impegnativi da trasportare. 

Annodatura
Invano il venditore ti farà notare che il pezzo in realtà leggerissimo e piegato sapientemente tiene pochissimo posto nella valigia, anzi come un foulard di seta del detto tradizionale, può passare attraverso un anello e che comunque può spedirtelo a casa senza problemi, tu te ne andrai comunque con aria dispiaciuta, e in fondo lo sei davvero perché vorresti portarglieli via tutti, e te ne andrai infine con le spalle incurvate per la tua strada. Ecco perché se sei da queste parti non puoi comunque mancare la visita di un laboratorio di tappeti. Naturalmente non ho le fette di prosciutto sugli occhi, di tacchino ovviamente visto che siamo sempre in terra islamica, e capisco perfettamente che i laboratori con una decina di donne al lavoro, come quello che stiamo visitando e che possono produrre al massimo poche decine di tappeti in un anno, non sono certo la fonte produttiva delle migliaia di pezzi esposti nella grande sala di vendita, dove sono ammonticchiati in ordinate pile a seconda della tipologia, disegno e pezzatura. Naturalmente questo è uno spazio commerciale e la produzione effettiva si svolge lontano da qui, nelle case o in grandi fabbriche come vi ho detto. Anche qui però, pur se si tratta di un lavoro puramente dimostrativo, puoi apprezzare il formarsi del disegno che si va formando sul telaio suo fili tesi, a simiglianza del vecchio cartone dai colori ormai sbiaditi dal tempo che sta sotto da copiare. 

Sala vendite
In realtà la sensazione è che la donna segua il disegno ma decida di volta in volta autonomamente i colori a seconda della lane (o del cotone o della seta) che ha a disposizione, così da produrre pezzi sempre diversi tra di loro anche se il disegno è simile e questo vale soprattutto per i Bukhara appunto, il cui impianto è forzatamente uguale. Delizioso vedere scorrere le dita veloci sulla selva di fili, mentre una mano sceglie il capo del colore voluto e con rapidissimo gesto lo fa passare dietro i due fili di ordito per farne emergere i due capi paralleli (qui si usa il nodo detto Farsi Baff a differenza del Ghiordes o Turk Baff che si usa nel Caucaso ed in Turchia), poi con tratto deciso li recide con l'apposita lama, lasciandoli un po' lunghi, saranno poi pareggiati tutti assieme con una sorta di forbicione e procede al nodo successivo. Così il lavoro avanza veloce e noi dopo aver guardato la perizia delle annodatrici e provato a comporre qualche nodo, alla velocità di uno malfatto, mentre la signora ne fa dieci intanto che ride della nostra poco destrezza, ci accomodiamo nel grande spazio vendita per vedere la produzione nel suo complesso. Una gentile addetta mostra diversi pezzi, presi da zone diverse per farci apprezzare appunto la grande varietà di offerta. La sua voce, mentre spiega i segreti e le modalità della fattura e le diverse tipologie della produzione, è un poco monotona, forse oggi ha già ripetuto la canzone decine di volte a turisti annoiati e disinteressati, condotti qui non per passione ma solo per obbligo di itinerario, tuttavia sotto le sue mani delicate compaiono pezzi di rara bellezza e lo si comprende molto chiaramente quando comincia a sciorinare i prezzi dagli 800 ai 7000 €, tanto per capirci e questi sono pezzi normali e non quelli da collezione appesi alle pareti. 

Tappeto da muro
Ci sono anche cose a minor prezzo naturalmente, ma se le paragoni alle prime, subito ti disamori anche se non sei un amatore infatti, non puoi che essere subito colpito dalle differenze. Comunque sia, sempre una gioia per gli occhi, almeno per me e quando arriva il momento di andare si fa fatica a strapparmi dalla sedia dove rimarrei ancora per ore per vederne ancora e ancora di quei pezzi meravigliosi, da cui traspare la capacità delle artiste che li hanno creati, in mesi di lavoro faticoso. Accampiamo quindi le solite scuse e ritorniamo sulla strada a riveder le stelle, almeno così si dice, passando ancora sotto gli archi antichi dei bazar. Ecco appunto quello dei tappeti dove qualche cosa acquistai nella mia prima venuta qui, ancora ricordo il negozietto sull'angolo e la indefessa trattativa. Ecco poi quello dei gioiellieri, dove le nostre ragazze speravano di fare incetta di lapislazzuli, la pietra che anche il nostro amico Marco riportava come consueta e conveniente da queste parti, ma evidentemente questi mercanti si sono passati la voce, perché questa gran convenienza, forse a 700 anni di distanza, non è più tale. Infine quello dei libri dove i miniaturisti sono all'opera nelle loro bottegucce, ma anche qui i prezzi sono da affezione, per carità anche se i lavori sono accurati e bellissimi. Diciamo che in casa non abbiamo più spazio sulle pareti e tanto basti.

La fortezza


Tappeto
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